Fenomeno “Avatar”

marzo 24th, 2010 by luca paolini

Quest’anno è scoppiata la moda dell’Avatar, un tempo parola quasi sconosciuta, oggi anche il più giovane dei miei alunni sa che cosa è un avatar, o meglio crede di saperlo. Avatar è una parola sanscrita che significa sostanzialmente “scendere giù” e nella religione indù indica una incarnazione divina, una presenza terrena, di uno dei tanti dei che popolano il pantheon induista. Ma per la maggior parte degli utenti della rete, “avatar” è solo un’immaginetta che ci assomiglia, o più banalmente, il recente film in 3D di James Cameron, che ha fatto molto parlare di sè per gli effetti speciali, ma soprattutto per i tempi e i costi di produzione.

Si comincia a parlare di avatar digitale, con i mondi virtuali, che “donano” ai loro abitanti poteri e facoltà che nella vita reale non avrebbero. Un avatar può camminare, parlare (azioni normali, ma non per chi è immobilizzato su una sedia a rotelle o non riesce a parlare), ma anche volare, uccidere e rinascere. Si è discusso e si discute ancora oggi, su come l’avatar e la seconda vita, possano essere usati in modo distorto, come una maschera che si indossa o come una fuga dalla realtà e dagli obblighi di tutti i giorni (il lavoro, gli affetti…). D’altra parte l’avatar è anche un modo scherzoso di presentarsi agli altri, simile per certi versi ad un altra maschera, quella del clown, e in questo senso assume una connotazione ludica rispettabilissima. Il rapporto con il proprio “doppio” digitale è stato studiato da Robbie Cooper, che ha scritto un libro “Alter Ego”, analizzando diverse personalità di “online gaming”, cioè di giocatori dei mondi virtuali, in rapporto al loro avatar. Dagli Stati Uniti all’Asia, Cooper spiega i diversi modi di rappresentazione virtuale attraverso gli avatar, per arrivare alla conclusione che limiti e potenzialità sono insiti in tutte le nuove forme di comunicazione.

Recentemente mi sono fatto un’idea di un uso corretto dell’avatar in ambito educativo, leggendo una recensione di Scuola 3D, il mondo virtuale tutto italiano, dedicato alla scuola e ambiente protetto per i più piccoli; due scuole primarie hanno messo in atto un gemellaggio virtuale, ma prima di incontrarsi nel mondo in 3D con un proprio avatar, i bambini delle due scuole si sono conosciuti attraverso una webcam e poi hanno costruito una loro immagine digitale che rispecchiasse il loro aspetto fisico. A quei bambini è stato insegnato che dietro ad una avatar c’è sempre una persona, che bisogna rispettare l’altro senza ingannarlo, anche se si tratta di vita digitale, che per creare un avatar bisogna avere la consapevolezza di come si è, del proprio corpo, dei propri pregi e difetti.

Esperienze di casa nostra, che però dovrebbero essere conosciute ed esportate anche altrove.

Testimoni o Narcisi… Digitali?

marzo 22nd, 2010 by luca paolini

E’ già un po’ che se parla, ma il concetto rimane sempre lo stesso anche se assume nomi e sfumature diverse: narcisismo in rete, ego-surfing, narcisisti digitali ecc… Addirittura si parla di vere e proprie patologie legate alla depressione da assenza o esaltazione da presenza. Il desiderio di apparire, di esserci, quel “surfo ergo sum” che sembra permeare la vita di molti cittadini digtali, affondano le radici forse in un contesto socio-culturale che appiattisce, che isola nelle proprie case, che non offre punti di riferimento, specialmente per le giovani generazioni. Una ricerca condotta da una psicologa italiana che lavora alla University of Georgia, ha descritto bene il narcisismo su Facebook indicandone addirittura i tratti distintivi e insegnando ad altri a riconoscerlo. Che cosa è successo e perchè siamo arrivati a parlare di narcisi digitali? Lo sviluppo del web 2.0 negli ultimi anni ha rimesso al centro la persona dando voce a tutti, soprattutto a coloro che desiderano emergere dall’anonimato; un tempo c’era l’impegno sociale e politico a soddisfare questo desiderio di protagonismo, oggi è la rete la cura per le frustrazioni che la vita quotidiana porta inevitabilmente con se. Ora ci si chiede se il testimone digitale debba vivere la sua presenza in rete all’insegna di questa ricerca di consensi e di visibilità, oppure debbano essere altre le fondamenta sulle quali costruire una testimonianza autentica e nel nostro caso evangelica. Anche parlando di iEducAzione, viene da pensare che il testimone digitale è un “esserci per l’altro” e non per se stesso, e insegna agli altri a fare altrettanto. Specialmente nel mondo giovanile dove la ricerca di visibilità, di successo, alimentata dai reality show, spinge i giovani a mostrare spesso la parte peggiore di loro stessi attraverso video, foto, gruppi non sempre consoni alla morale e alla legalità, è urgente testimoniare che si può stare in rete in modo sobrio, amicale, solidale. Le energie che nascono dal desiderio di essere visibili possono essere canalizzate verso obiettivi comuni e condivisi con altri per il bene di tutti, estendendo questo impegno anche al di fuori della rete se necessario. Si moltiplicano le iniziative che nascono in rete e poi si concretizzano nella vita reale in incontri, manifestazioni, raccolte di fondi… Ad animare il testimone digitale devono essere la parole di Gesù che insegna al giovane ricco a farsi prossimo agli altri, ma anche l’avvertimento “chi si esalta sarà umilato e chi si umilia sarà esaltato”. Non è purtroppo scontato. Il convegno di aprile sarà sicuramente un luogo privilegiato dal quale potranno scaturire indicazioni e idee più chiare su cosa vuol dire per un cristiano del terzo millennio essere abitante e testimone del mondo digitale.

Internet o Tv?

marzo 19th, 2010 by luca paolini

Tra i nuovi e vecchi media più frequentati dai giovani di oggi, oltre al telefono cellulare, ci sono sicuramente Internet e la Tv, che negli ultimi anni hanno cambiato il loro volto, non senza conseguenze sulle abitudini e sui comportamenti, specialmente degli adolescenti. Mentre in passato collegarsi ad internet significava compiere ricerche, reperire materiali, inviare email, oggi l’utilizzo della rete da parte dei giovani, è finalizzato soprattutto all’uso delle chat, dei Social Network e di Youtube. Nel mese di Dicembre si è svolto a Pisa il Convegno annuale della SIP (Società Italiana di Pediatria), dal titolo «La Società degli adolescenti»; in quella occasione sono stati divulgati i dati di un sondaggio svolto su 1300 studenti delle scuole medie inferiori, di età compresa tra i 12 e i 14 anni, proprio sulle loro abitudini e stili di vita.

Che cosa è emerso? Quello che già un po’ si sapeva, che aumenta l’uso di internet tra i giovanissimi, specie per quanto riguarda Facebook, fenomeno dell’anno, con oltre il 50 % di adolescenti iscritti, e con un 17 % già intenzionato a farlo. Aumenta però, in controtendenza con gli anni precedenti, anche l’uso della Televisione: il 23 % degli intervistati dichiara di guardare la Tv più di 3 ore al giorno, alle quali vanno aggiunte, nella maggior parte dei casi, altre 3 ore davanti al computer, per un totale di 5-6 ore davanti ad un monitor.

C’è da dire inoltre che anche la TV ha cambiato il suo volto negli ultimi anni, e ai programmi per ragazzi di tipo ricreativo-documentaristico si sono sostituiti pseudoprogrammi del tutto discutibili come alcuni Reality Show. Basta osservare i ragazzi nei momenti ricreativi per notare come certe dinamiche di rivalità e di competizione negativa siano entrate nel loro modo di rapportarsi ai coetanei e agli “amici”. E non è un caso. La televisione dunque, ed emerge sempre dal rapporto SIP dell’anno scorso, peggiora, dal punto di vista qualitativo, le abitudini e i comportamenti degli adolescenti, fino al punto di poter dire che i ragazzi che guardano molta televisione (più di 3 ore al giorno), hanno una propensione significativamente superiore alla media ad assumere fumo, alcol e droga e ad essere indifferenti alle immagini di violenza viste in Tv (51%). Ci sarebbe già abbastanza materiale per spegnere la televisione fino a data da destinarsi, anche se sappiamo bene che in ogni strumento si possono nascondere pericoli e insidie, stà dunque al mondo degli adulti guidare i giovani nel discernimento di ciò che è bello, buono e di ciò che invece non lo è. Rimangono sempre vere a questo proposito le parole di Papa Benedetto XVI pronunciate l’8 Dicembre nel bellissimo discorso di Piazza di Spagna:

Quanto abbiamo bisogno di questa bella notizia! Ogni giorno, infatti, attraverso i giornali, la televisione, la radio, il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci, perché il negativo non viene pienamente smaltito e giorno per giorno si accumula. Il cuore si indurisce e i pensieri si incupiscono.

Credo che ogni educatore, ma anche ogni operatore del mondo delle telecomunicazioni, dovrebbe lasciarsi provocare da queste parole, per far si che ai ragazzi vengano offerte opportunità di crescita attraverso situazioni e prodotti di quella buona qualità che sembra ormai venuta meno.

Le difficoltà dell’apprendimento

marzo 17th, 2010 by luca paolini

Generazione di svogliati, disattenti, bulli, che finiscono per essere bocciati e ripetere più volte una stessa classe. E’ la fotografia, per fortuna non estesa a tutti, degli alunni della scuola italiana di oggi, tra realtà ed amplificazione. Il problema comunque esiste, oggi come ieri, e non solo in Italia. “Perchè mi bocci?” è il titolo di un convegno organizzato dall’ADI (Associazione Docenti Italiani), alla fine dello scorso febbraio. Tema centrale la personalizzazione dell’apprendimento, in una scuola che può diventare sempre più inclusiva se al suo interno cerca di mettere in atto alcune strategie:

- un’ équipe educativa coordinata e cooperante in modo formale e informale
- un’ équipe di consulenti
- la presenza di pratiche di apprendimento cooperativo
- una particolare attenzione ai bisogni degli allievi
- la pianificazione e la concertazione
- la formazione continua
- la valutazione degli interventi
- molte risorse umane

Non basta dunque il ritorno alla disciplina e alla severità, da più parti invocate come la panacea della scuola, serve anche altro. Lo aveva già intuito Sant’Agostino, che nelle sue “Confessioni” racconta la sua esperienza di alunno e le difficoltà di un apprendimento imposto e non voluto. Parole che hanno ancora oggi conservano uno spessore e un significato importante per insegnanti ed educatori.

Perché dunque odiavo la letteratura greca, che pure non è da meno quanto a poemi? Indubbiamente anche Omero è un sapiente tessitore di favole, deliziosamente leggero. Eppure da bambino mi riusciva indigesto. Credo che questo succeda anche ai bambini greci con Virgilio, se sono costretti a studiarlo come lo ero io con Omero. Era la difficoltà, nient’altro che la difficoltà di apprendere una lingua straniera a cospargere come di fiele tutte le greche delizie di quelle narrazioni favolose. Io non sapevo una parola di greco, e mi assillavano furiosamente perché lo imparassi, torturandomi con la minaccia di terribili castighi. C’è stato un tempo, nella primissima infanzia, in cui neppure di latino sapevo una parola: e tuttavia m’è bastata un po’ d’attenzione a impararlo, senza spaventi e torture, anzi fra le carezze delle balie e i loro giochi e le risa. L’ho imparato senza esservi incalzato sotto il giogo della disciplina, quando era il mio cuore a incalzarmi perché dessi alla luce quello che concepiva: il che non sarebbe avvenuto, se alcune parole non le avessi imparate non dagli insegnanti, ma da altri parlanti con le orecchie pronte ad accogliere tutto ciò che mi veniva in mente e che io vi riversavo. E questa è un’illustrazione abbastanza chiara della maggior efficacia che la libera curiosità ha rispetto a un pavido affannarsi sotto costrizione, per quanto riguarda questo genere di apprendimento.
S.Agostino (Confessioni 14.23)

Fonte Immagine: Wikimedia

Sempre più “touch”

marzo 15th, 2010 by luca paolini

Il 2010 è stato già definito l’anno dei Tablet, non solo per l’uscita dell’iPad di Apple, ma anche perchè entro la fine dell’anno è prevista una vera e propria invasione di computer mobili touch o meglio multi-touch, che, lo si voglia o no, saranno lo standard dei prossimi anni. L’esperienza di comunicazione con il computer diventerà sempre più “touchable” cioè “toccabile”, come già era successo per i telefoni cellulari dopo l’uscita dell’iPhone e come era stato profetizzato da film come Minority Report. Già oggi chi è abituato ad usare un telefono touch quando ha in mano un vecchio telefono cellulare con i classici tasti, è portato quasi istintivamente a toccare lo schermo senza ottenere ovviamente, nessuna risposta dal dispositivo. Il “touch” è un meta-linguaggio sicuramente più immersivo rispetto ai classici tastiera e tasti, che sembrano ormai sul viale del tramonto; è più immediato, più diretto, ciò che si vede si tocca e si modifica, un po’ come avviene poi nella vita reale, in cui tutto ciò che vedo, bene o male, lo posso anche toccare e manipolare. Dovrà essere un argomento da approfondire nelle sedi opportune (università, ecc..), anche nella sue implicazioni esistenziali, cioè del rapporto uomo-macchina, oltrechè fisiche. Il mercato comunque andrà avanti e fra poco, anzi a me è già successo, i giovani vedranno come vecchio tutto ciò che non è “touch”. Allora viene da chiedersi, è giusto assecondare questo modo di rapportarsi alla tecnologia che avanza? Il vecchio no, il nuovo si?! La nostra fede si basa su qualcosa che è “vecchio” ma ancora vivo e attuale come quando è nato. Questo processo di “invecchiamento rapido”, iniziato con la società dei consumi, è inesorabile e non saremo certo noi a fermarlo, però come educatori dovremmo richiamare i nostri giovani ad un consumo sobrio e ragionevole della tecnologia; i dispositivi touch sono solo l’ultimo esempio di quello che è accaduto in passato per le consolle di videogiochi, per i televisori, per i lettori mp3, che oggi costituiscono le cianfrusaglie nelle case del mondo occidentale. Tuttavia c’è da dire che ai fini dell’istruzione i dispositivi di nuova generazione possono sicuramente costituire un valido supporto negli apprendimenti, anche per i bambini più piccoli. Opportunamente dosati e controllati, sono sicuro che saranno una opportunità per gli educatori di farne un tesoro per il loro lavoro.


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Come cambia la scrittura nell’era crossmediale

marzo 12th, 2010 by luca paolini

L’uso delle apparecchiature digitali, specialmente dei cellulari e del computer, ha modificato o sta modificando, il modo con il quale i ragazzi scrivono e in generale la comunicazione attraverso la rete. Dal linguaggio verbale proprio della vita reale e della televisione, si sta tornando all’uso massiccio della scrittura, per inviare un sms, chattare su msn, scrivere nei forum, scrittura spesso accompagnata da immagini che completano il testo. La parola d’ordine è “essenzialità”: scrivere in poco spazio, con pochi caratteri, 140 su twitter, 160 per un sms ed eventualmente inserire una immagine o un emoticon (una faccina) che aiuti a rappresentare graficamente quello che vogliamo esprimere. “Dmn matt nn c’è scl, se c 6 c vdm x andare in città, porta qlcn, c si vd + o – alle 9 anke se piove”, questo è un messaggio tipico dei nostri giovani che, costretti a rientrare nello spazio fornito loro dalle tariffe dell’operatore mobile, hanno imparato a comunicare così, anche a scuola quando si mandano i bigliettini tra un’ora e l’altra. Si ricorre ai simboli +, -, x, alle contrazioni delle parole generalmente togliendo le vocali, “semitizzando” in questo modo la scrittura (le lingue semitiche scritte non hanno infatti le vocali) e si fa ampio uso dei numeri, 6 e 8. A lungo andare questo modo di comunicare potrebbe creare mutamenti nella lingua scritta, se si pensa che a scuola si lamenta già la presenza nei temi e nelle dissertazioni scritte di queste forme abbreviate. Più raramente ciò avviene nelle Università ma è solo questione di tempo. Se è vero che l’espressione linguistica condiziona però anche il modo di pensare e di ragionare, allora il rischio o la semplice conseguenza di tutto ciò, potrebbe essere l’evoluzione di un pensiero sintetico, schematico, essenziale. A questo si aggiungerebbero gli effetti di una ormai assodata pratica del multitasking, cioè del compiere più azioni contemporaneamente (scrivere un sms, guardare la tv, giocare ad un videogioco e rispondere ad una mail), che porta con se a quanto sembra, distrazione, incapacità di fermarsi a riflettere, “velocità” del pensiero piuttosto che “profondità” di pensiero.

La comunità scientifica è divisa tra coloro che paventano un futuro in cui le capacità di analisi e di memorizzazione verranno meno, perchè depositate in internet, e coloro che invece vedono anche delle opportunità per lo sviluppo di un pensiero non più “lineare, sequenziale” come era quello delle vecchie generazioni, ma “ipertestuale” e per questo capace di affrontare le sfide della complessità del mondo che verrà. Nel frattempo genitori ed educatori non possono far altro che affidarsi ancora una volta al buon senso, aiutando i ragazzi e spiegando loro che è possibile utilizzare linguaggi diversi in ambienti diversi, che non bisogna sempre ridurre un discorso o una riflessione a poche semplici frasi, che non è bene fare un uso consumistico dei media a danno della riflessione e della concentrazione. Poche semplici regole che però possono aiutare i giovani a vivere nel loro mondo e nel loro tempo, con consapevolezza e responsabilità.