Il rapporto degli educatori con i minori in rete, richiede oggi ancor più che in passato, attenzione e anche una buona dose di precauzione. Sia come operatori nel mondo della scuola, che come operatori pastorali, catechisti, animatori ecc…, nelle relazioni mediali, considerando che i bambini cominciano a iscriversi a Facebook già in quarta elementare, si devono seguire delle poche semplici regole, dettate più che altro dal buon senso e dalla saggezza dell’età adulta. Perchè da una parte la scuola, la chiesa stessa, invitano sempre di più gli educatori a entrare nel mondo dei giovani e utilizzare i nuovi media per relazionarsi con loro, dall’altra non essendoci regole chiare in proposito, si rischia che qualche genitore non approvi che si possa fare istruzione o educazione anche sul web con i loro figli. Prendiamo come esempio il social tetwork del momento, Facebook, dove è facile che gli alunni o i ragazzi del catechismo ci chiedano l’amicizia. Le possibilità possono essere solo due, o si accetta o non si accetta, sia che si tratti del nostro unico profilo, sia che si tratti di un altro account creato ad hoc per la scuola o per la parrocchia. Non accettare sinceramente mi sembrerebbe un venir meno allo spirito che anima il web 2.0 e l’entusiasmo con il quale i ragazzi vogliono che estendiamo la nostra amicizia verso di loro anche sul web. Accettare però significa avere la possibilità di rapportarsi a loro in modalità “uno a uno” che non è consigliabile specialmente con i più piccoli. Che fare allora? La soluzione a mio avviso risiede in un atteggiamento trasparente, corretto, anche nei confronti dei genitori, che devono essere informati nelle sedi più opportune, in parrocchia la domenica, a scuola nei ricevimenti o nei consigli di classe. Contestualmente è bene sempre far riferimento anche al Dirigente Scolastico o al Parroco. Un eccesso di prudenza in questi casi non è mai troppo. E anche nel caso in cui non ci siano, da parte dei genitori, ostacoli di nessun genere, come spesso succede, il consiglio è quello di scegliere bene la modalità di relazione tramite posta, messaggi in bacheca, commenti ecc… Personalmente mi sembra che l’invio generico di comunicazioni a tutti indistintamente (lezioni, avvisi, segnalazioni di materiali online, video ecc…) possa essere una strada percorribile, preferendo così la modalità “uno a molti”. Fatte salve queste poche semplici regole, sono sicuro che ognuno sceglierà le proprie strade per dialogare al meglio sul web con i ragazzi che gli sono affidati, basta però che le modalità siano state concordate e decise a priori, per la serena e pacifica convivenza e lavoro di tutti, educatori, genitori e figli.
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Il difficile mestiere di genitore… digitale…
mercoledì, marzo 10th, 2010
Ricordo che quando ero alle elementari, regalai a mio padre un libro, che conserva sempre nella sua libreria, dal titolo, “Il difficile mestiere di padre”. Se fare il genitore non è mai stato facile per nessuna generazione, oggi al gap generazionale genitori-figli, si aggiunge anche quello cultural-digitale che non è da poco. Quelle mamme che una volta dovevano star dietro ai figli il pomeriggio per svolgere i compiti di casa, o che si dovevano solo preoccupare di preparare la cena per la sera, che sanno usare a malapena il telecomando e il telefono cellulare nelle sua funzioni base, si trovano oggi alle prese con i loro ragazzi sempre più connessi e “smaliziati”, tecnologicamente parlando, dunque impreparate ad educare i figli ad un uso corretto dei media, dei quali non conoscono nè i limiti, nè i rischi e neanche le potenzialità. Prima c’era la scuola che pensava quasi a tutto, a istruire e a educare; gran parte del lavoro dei ragazzi avveniva a scuola, a casa si doveva fare solo la lezione.
Oggi a casa c’è un mondo sconfinato, quello che si apre grazie ad internet, e che la scuola non può più gestire. Solo adesso la comunità scolastica comincia ad entrare nell’ottica di educare le giovani generazioni all’uso consapevole delle tecnologie e ci vorrà del tempo perchè ciò accada. E’ ovvio che nel frattempo tutta la responsabilità educativa dei ragazzi ricade sulle spalle dei genitori che non hanno spesso le competenze per affrontarla. Con l’ingresso delle nuove tecnologie nel panorama giovanile, l’asse educativo di fatto si è spostato molto in ambito familiare. Non è raro sentire i ragazzi raccontare che a casa possono fare al computer quello che vogliono perchè i genitori non lo sanno neanche accendere e a casa gli insegnanti non ci sono. Quale deve essere il giusto rapporto tra reale e virtuale? Quando è bene staccare la spina e mettersi a leggere un libro? Si deve permettere l’utilizzo di facebook e di msn? Fino a che punto, in che modo? Molti genitori se lo stanno chiedendo e chiedono a noi educatori di aiutarli in questo difficile compito che è loro affidato, perchè a casa poi sono loro a dover gestire la vita digitale dei figli. Ci vorrebbe anche oggi un bravo scrittore, nonchè educatore, che scriva il sequel di quel vecchio libro ingiallito che ormai appartiene a un passato che non c’è più…
La Parabola del Buon Educatore
lunedì, marzo 8th, 2010
In questi giorni sono state rese note le valutazioni del primo quadrimestre nelle scuole italiane. Materie a parte, 63 mila alunni, tra medie e superiori, hanno preso un 5 in condotta. Una cifra non da poco che corrisponde quasi sicuramente ad un disagio che vivono i nostri giovani a livello sociale e che si riflette poi nel loro rapporto con la scuola. Ci si chiede o ci dovremmo chiedere: in che modo aiutare questi ragazzi? Di quali educatori ha bisogno oggi la scuola italiana? Ho trovato in rete la “Parabola del Buon Educatore”, che a quanto mi risulta è stata scritta dai Salesiani argentini e non ancora tradotta in italiano. Grazie ad un collega di religione, che l’ha tradotta per me, ho pensato di inserirla in questo articolo per aiutare il nostro cammino di riflessione in vista del convegno di aprile.
In quel tempo, il Signore Gesù era alla porta di un lussuoso albergo dove si stava svolgendo un congresso sull’educazione. Alla fine della conferenza di quel giorno, iniziarono ad uscire gli esperti e gli inviati speciali. Gesù sorrise con piacere a tre bambini che ballavano intorno a lui davanti al disappunto dei suoi seguaci, allora un pedagogista che lo riconobbe, decise di sottoporlo ad una prova un po’ per curiosità e un po’ per farsi bello davanti ai suoi colleghi. Gli si avvicinò e gli disse: “Maestro cosa devo fare per essere un buon educatore?” Gesù gli rispose a sua volta: “Che cosa sta scritto nel libro della tua scienza?”. “Rispetta le tappe evolutive dell’allievo e incentiva nel ragazzo il desiderio di imparare, poi valutalo con giustizia”, disse il dottore di pedagogia, provocando una sorta di mormorio di approvazione tra i presenti. “Hai risposto bene” gli disse Gesù, “agisci così e raggiungerai la vita eterna per le vie dell’insegnamento”. Quindi per giustificare il suo intervento, il dottore di pedagogia fece questa domanda: “e chi è il mio allievo?”. Gesù torno a prendere la parola e rispose: “Un giovane frequentò per un periodo la scuola, i giorni passavano e il giovane vedeva soltanto crescere dentro di sè una sensazione di angoscia e di estraneità, davanti a tutte le proposte educative che gli venivano fatte, e il rapporto con i suoi insegnanti si deteriorava sempre di più. Da una parte per l’insensatezza delle proposte che gli venivano fatte, dall’altra per le difficoltà enormi che incontrava, ogni volta che gli si parlava in modo incomprensibile, e anche per la lontananza tra l’ambiente della scuola e la sua realtà quotidiana. Un giorno si stancò di stare chiuso in quelle quattro mura, si stancò dei gesti che molte volte lo avevano umiliato, si stancò di quelle parole che gli auguravano un futuro luminoso, e che tuttavia aumentavano l’oscurità del suo presente. Si stancò inoltre di quelle dinamiche che gli negavano tutto, e allora uscì dalla scuola e si mise gli auricolari del suo iPod, e decise di passare il suo tempo non facendo nulla, sconcertato, come ferito a morte nella sua speranza e si sedette ai margini della propria vita… la sua vita… guardandola morire poco a poco. Successe allora che passarono due alti funzionari del Ministero dell’Istruzione e commentarono quasi all’unisono: “quante persone buttano via il proprio tempo, in questo Paese dove l’uguaglianza di possibilità è un fatto, queste persone sono un affronto!! Queste persone fanno molto male anche alle nostre statistiche” e guardando il ragazzo lo accusavano dicendogli: “smettila di stordirti cercheremo a tempo debito qualche norma che possa risolvere casi come il tuo, però nel frattempo devi tornare a scuola”. Il giovane ovviamente non li ascoltava, ma comprese dalla durezza dei loro volti che lo stavano provocando, si ripiegò sul marciapiede e chiuse i suoi occhi. I due funzionari allora proseguirono il loro cammino velocemente senza accorgersi che davanti a loro stavano sopraggiungendo tre professori, che stavano finendo di discutere di una problematica socio educativa, e alla vista dell’atteggiamento di abbandono del giovane uno di essi commentò: “tipica conseguenza di un sistema educativo che esclude i giovani, non si fa altro che replicare le dinamiche tipiche di un sistema, vittimizzando le classi più marginali”. “E’ così, il metodo scolastico da importanza alla cultura dominante aumentando il divario rispetto agli emarginati che abbandonano la scuola non trovando in essa i valori della propria cultura popolare”, aggiunse il secondo senza nemmeno prendere fiato, tanto era ansioso di potersi esprimere con chiarezza su quello che stava osservando. Il terzo non si limitò ad ascoltare ma si sentì in obbligo di aggiungere: “…il che provoca una perdita di autostima che a sua volta genera una crisi di identità… e tutto un problema complesso colleghi”. Soddisfatti per aver potuto spiegare la situazione di questo giovane diventato oggetto di studio, proseguirono il loro cammino. Nel frattempo passò di lì una maestra che quasi inciampò sul corpo del ragazzo. Era sovrappensiero perché si stava ricordando che la Dirigente della scuola dove lavorava, facendo il doppio turno, l’aveva richiamata per il ritardo nella consegna del piano annuale didattico. Inoltre non aveva elaborato gli obiettivi e le finalità decise in una riunione con i padri luminari di tutta la comunità educativa. Nell’accurato raccoglitore o cartella nella quale conservava un così importante documento da mostrare all’Ispettore non appena avesse visitato la sua scuola, mancava solamente la sua programmazione. A nulla era servito il tempo impiegato in più per seguire il “piccolo riccardino”, che con i suoi dodici anni si faceva già carico dei fratellini più piccoli, mentre la mamma lavorava come inserviente per mantenere tutta la famiglia. A nulla era servito dedicarsi ad un progetto di lavoro e di sostegno ai suoi alunni per una mensa pubblica che si stava allestendo presso una parrocchia delle vicinanze. La sua prima reazione davanti al giovane riverso sul marciapiede fu di perplessità. Sentì di non avere una risposta adeguata per lui e spesso le succedeva così, e anche per questo le piaceva essere una maestra. La perplessità la induceva ad apprendere a ragionare. Si sedette a fianco del giovane, tolse un auricolare dall’orecchio del ragazzo e se lo mise per ascoltare la stessa musica fino alla fine del pezzo. E fu così l’occasione per la maestra di stendere la sua mano verso il giovane, lo guardò in silenzio e con un gesto lo incitò ad alzarsi e camminare. La semplicità del gesto e la serenità dello sguardo, vinsero ogni tipo di resistenza. Erano molte le ferite che avevano segnato l’anima di quel giovane, quelle stesse che gli avevano rubato l’illusione, così che la maestra non potè che farsene carico e cominciò a spiegargli qual era la sua ragione di vita, i valori che davano senso alla sua esistenza così complicata e scoprì la grande forza che aveva la pedagogia della tenerezza. Il giovane che intanto aveva cominciato a camminare in modo apatico, poco a poco sentì accendersi il cuore nell’ascoltare le parole della maestra. Si allontanarono sempre di più dalle vie del centro e la periferia li accolse in un abbraccio del tramonto, strade di fango, profumo di pane appena sfornato e il suono familiare del quartiere popolare. Arrivati ad un incrocio si imbatterono nella scuola e allora la maestra parlò al Dirigente e disse prima di andarsene: “abbiate un po’ di pazienza con lui perché la sua allegria è tuttora convalescente e le sue speranze si stanno ancora cicatrizzando, ed è per questo che il suo desiderio di imparare non si manifesta apertamente. Insegnateli con dolcezza, aiutandolo a scoprire le sue potenzialità, quelle che nascono dal profondo e se qualche cosa non capirà, col tempo lo capirà da solo”. Finita la storia Gesù chiese al dottore di pedagogia “chi ti è parso che si sia comportato come un educatore del giovane?” Il dottore rispose “la maestra che passò per ultima, seppe fargli compagnia da prima con il suo silenzio, e poi con la parola, stabilendo così con lui un compromesso: condividere la speranza”. Allora Gesù disse: “và e comportati nello stesso modo”.
Fonte: Tic en el area de Religion
2° Congresso Nazionale della SIREM sull’Educazione con i Nuovi Media
giovedì, marzo 4th, 2010
Vi volevo segnalare il congresso nazionale della “Società Italiana di Ricerca sull’Educazione Mediale”, “Media – Tecnologie – Scuola”, che si svolgerà a Roma il 25 e 26 Marzo prossimi. Con il patrocinio di WeCa (Webmaster Cattolici), il Congresso affronterà le tematiche legate all’uso dei media e delle tecnologie nella didattica. Il programma è molto ricco, ci saranno interventi del Prof. Rivoltella dell’Università Cattolica, di altri docenti universitari sempre legati alla Sirem, di esponenti del Miur e dell’Ansas.
All’interno delle due giornate anche esperienze didattiche concrete legate al progetto Cl@ssi 2.0. Una buona occasione per riflettere sulle tematiche che stiamo affrontando in parte anche su questo blog.
Un patto per l’iEducazione del terzo millennio
martedì, febbraio 23rd, 2010
Parlando di iEducazione, per quanto riguarda le giovani generazioni, non possiamo lasciare fuori dal discorso l’altra faccia della medaglia che sono gli insegnanti e gli educatori in genere. Sono reduce da un incontro con alcuni insegnanti di religione nel quale si è parlato appunto di come utilizzare le nuove tecnologie nella didattica quotidiana. Un misto di entusiasmo, paura, smarrimento, pervade i docenti nella scuola di oggi. A fronte di una piccola parte di loro/noi pronti a rimettersi in gioco, perchè lo hanno sempre fatto, pronti ad accogliere la sfida di una educazione che sia efficace con i giovani del nuovo millennio, una schiera di persone spaesate o addirittura impaurite di fronte al cambiamento in atto. Non ci sono coordinate precise da seguire al momento, solo alcune sperimentazioni; le difficoltà legate ad un nuovo modo di fare lezione si sommano alla scarsa competenza tecnologica con la quale la maggior parte degli insegnanti si trova a fare i conti. In attesa di una nuova generazione di insegnanti che verrà, si spera, nei prossimi dieci-quindici anni, c’è bisogno di un patto, di una convergenza tra docenti ed alunni. I docenti che vogliono percorrere la strada della multimedialità dovranno avere l’umiltà e il coraggio di farsi aiutare e guidare da chi ne sà più di loro, in questo caso i giovani. Non c’è da preoccuparsi, gli insegnanti hanno tanto da dire anche sul modo con cui utilizzare la rete, specialmente ai giovanissimi, e questo scambio, questa fusione di competenze umane e tecnologiche, porterà, ne sono certo, ad un arricchimento reciproco. Concludo citando una frase di Nicholas Negroponte che sarà presente al convegno di aprile, e che ha lanciato la campagna One Laptop per Child; a chi osservava che gli insegnanti non avrebbero saputo far funzionare i suoi portatili Negroponte risponde:
“Ogni volta che qualcuno mi chiede chi addestrerà gli insegnanti che insegneranno ai bambini come usare i laptop, mi domando da quale pianeta venga! E’ incredibile! Semplicemente incredibile! Perchè tutti noi sappiamo che siamo noi a chiedere ai nostri figli o ai nostri nipoti come si usa questa tecnologia. Il problema dell’addestramento, anche se non mi piace usare questa parola, perché la si usa con i cani non con le persone, è quello di far sì che gli insegnanti diventino sufficientemente sicuri di sè da accettare che siano i bambini a mostrare loro come si usa il laptop”. (N. Negroponte)
Educazione nell’era crossmediale
venerdì, febbraio 19th, 2010A quasi due mesi dall’inizio del convegno Testimoni Digitali, nel primo articolo di questo blog intitolato “iEducazione”, mi piacerebbe ripartire dal significato antico, ma spesso dimenticato, della parola “Educazione” che nel nostro caso, è preceduto da una piccola “i” per sottolineare il cambiamento in atto nel mondo dell’educazione e dell’istruzione che vedremo tra poco. L’enciclopedia Treccani fornisce la seguente definizione di “Educare”: dal lat. educare, intens. di educĕre «trarre fuori, allevare», comp. di e-1 e ducĕre «trarre, condurre». Possiamo dunque affermare, ma è cosa nota ai più, che l’“educazione” quella vera, è una azione intesa appunto a “educere”, cioè a tirar fuori, a far emergere, a valorizzare ciò che in potenza è già presente nella persona da educare. Altro è considerare invece l’”educando” come un vaso vuoto da riempire o da plasmare come potrebbe fare un vasaio, si parla in questo caso di scuola trasmissiva. Oggi molti educatori sono però ancora convinti, almeno nei fatti, che educare significhi proprio questo, trasmettere la conoscenza e ottenere delle risposte finalizzate alla corresponsione di un voto, ritornato da poco ad essere numerico in tutti gli ordini di istruzione. Una scuola così non ha futuro.
Oggi più che mai pensare ad una educazione di tipo trasmissivo, cioè che considera l’alunno un “contenitore”, è lontano anni luce da quello di cui i ragazzi hanno bisogno (l’acquisizione di competenze) e di cui la società ha bisogno (di cittadini capaci di affrontare le sfide della complessità e del mondo globale). Lo scollamento generazionale che è sempre esistito in passato, si è acuito con l’arrivo dei nuovi media digitali che vedono gli alunni “attori digitali” (adesso è di moda parlare di “Nativi Digitali”), capaci di relazionarsi al mondo (quello della comunicazione) che è cambiato e in qualche modo dominarlo, e gli insegnanti-educatori invece “spettatori digitali” (o anche definiti “Immigrati Digitali”), spaventati o peggio ancora saldamente ancorati ad un modo vecchio di fare didattica.
Oggi l’alunno arriva a scuola con un bagaglio di conoscenze-competenze che devono in qualche modo essere valorizzate e apprezzate, ed una vera educazione non può più prescindere da una immersione profonda in questa realtà digitale per comprenderla e all’occorrenza trascenderla. Ecco allora perché alla parola “Educazione”, nel titolo di questo blog è stata messa un “i”, che similmente alle parole iPhone, iPad, iTunes, iPod, iMac ecc…, cambia il significato della parola “Educazione” con quello di “Educazione interattiva” (tramite l’interattività) o anche “Educazione tramite internet”, tramite la rete. Temi che avremo modo e tempo di riprendere in questo blog. Intanto vi consiglio di vedere questo video sui rischi di una educazione, che in nome di una mera trasmissione di contenuti, uccide la creatività fin dai primi anni di scuola, e non è capace di trovare la chiave per aiutare il ragazzo a realizzarsi nella sua pienezza.
Ho un’ esperienza personale da raccontarvi a questo proposito. Anni fa un mio alunno venne bocciato in prima, poi in seconda e infine anche in terza media. E’ stato sei anni alle scuole medie ed è stato mandato via senza aver acquisito le competenze di base nei diversi ambiti disciplinari. Qualche anno dopo è diventato campione nazionale di ballo da sala, ma alla scuola questo non interessava…