La dove non arriva lo Stato arriva forse il web? Sembra che ormai in America, sia impazzata la moda di dare il voto ai professori su alcuni social network nati a questo scopo. Il fenomeno è cominciato nelle Università e nei Campus degli Stati Uniti e da noi è arrivato negli ultimi due anni. Non sono più solamente gli insegnanti a stilare i voti, ma anche gli alunni possono dire quanto quell’insegnane sia valido oppure no, a loro giudizio ovviamente. Molti insegnanti forse tremeranno? Che dire di questo fenomeno che per il momento non è ancora esploso in Italia come moda giovanile, ma che potrebbe prima o poi diventarlo? A ben vedere oggi tutto funziona con il voto, anzi con il televoto, e gli adolescenti attaccati al loro cellulare hanno il potere di decidere chi vincerà Sanremo o il Grande Fratello. Ci chiediamo se siano pronti per questo ruolo che il mondo della comunicazione stà sempre più mettendo nelle loro mani. In questa logica, più che altro commerciale, che si sta affermando, decidere se un concorrente o un insegnante debbano andare a casa, appare agli occhi dei ragazzi più o meno la stessa cosa. Un sistema di valutazione ben strutturato e più costante dei lavoratori, specie nel mondo della scuola, forse andrebbe introdotto, anche perchè si ha a che fare con “materiale umano”; da qui ad accogliere il giudizio degli alunni, ce ne corre. Eppure il nuovo corso della rete, quello social per intenderci, rischia di mettere in piazza con estrema facilità, quei difetti che anche un insegnante o un educatore modello può avere se in quel momento non risponde a determinate esigenze dell’utenza. Sarebbe forse il caso di ridimensionare il ruolo sempre più di primo piano che la società affida ai giovanissimi. Senza nulla togliere ad una serena e oggettiva valutazione dell’operato di un insegnante che deve venire però da fonti autorevoli e competenti.
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Votati dai ragazzi?
lunedì, aprile 19th, 2010Gli insegnanti di Religione Cattolica e i Nuovi Media
mercoledì, aprile 14th, 2010
Nella rivoluzione digitale che ha investito la Scuola e la Chiesa negli ultimi due anni, non potevano certo mancare gli insegnanti di religione cattolica che da sempre hanno fatto dell’aggiornamento e dell’attenzione al mondo dei giovani il loro punto di forza. Avere un insegnante di religione che usa le nuove tecnologie in classe è un’esperienza che molti dei nostri alunni hanno fatto o stanno facendo, molto più che con altre materie scolastiche. In questi tre anni di attività, con il mio blog ne ho incontrati tanti, che hanno cominciato un percorso immersivo nel mondo dei nuovi media, non senza difficoltà, che hanno trovato la forza si rimettersi in discussione e hanno ritrovato proprio in questo la spinta, l’orgoglio per andare avanti, nonostante le difficoltà che una materia opzionale come la nostra comporta. Monica, Carmela, Lavia, Loris, che hanno aperto un loro blog dedicato agli alunni, un blog educativo, ma anche tanti altri che fanno informazione, e altri ancora che animano i social network con una presenza costante e affidabile. Gli insegnanti di Religione hanno anche un loro piccolo social network dove scambiarsi materiali, idee e suggerimenti: un modo per ritrovarsi e condividere alla fine della giornata le gioie e i problemi, con persone che vivono la stessa esperienza tutti i giorni e con le quali possono capirsi nel profondo. A Gennaio si è svolto un incontro con tutti i referenti regionali per le nuove tecnologie presso l’Ufficio Nazionale per l’Irc della CEI: si è parlato di libro misto, cartaceo e digitale, in arrivo dal 2012. Anche gli insegnanti di religione saranno presto travolti da questo cambiamento sostanziale per la scuola italiana, legata simbioticamete al tradizionale libro si testo. Gli insegnanti di religione però ci sono, sono già pronti, sapranno come sempre è successo, raccogliere la sfida di questo nuovo cambiamento sociale e insieme scolastico.
Podcast: la chiesa e la scuola vanno in onda
lunedì, aprile 12th, 2010
Uno dei linguaggi emergenti nell’era crossmediale è indubbiamente l’uso del Podcast (Personal Option Digital Casting), come forma di comunicazione diretta, orizzontale e veloce. Il podcast, brevi trasmissioni audio di commento o lettura di brani, costituisce uno degli esempi più evidenti di quello che è stato chiamato in linguaggio 2.0, “User Generated Content” (contenuti generati dagli utenti). Se ne è cominciato a parlare con l’avvento dei primi iPod e con la possibilità di portare sempre con sè le trasmissioni o i file audio, da ascoltare in macchina, in autobus, in treno ecc… Uno dei primi podcast del mondo cattolico è stato quello ante-litteram del Card. Arinze, che già nel 2007 aveva realizzato il suo blog con la possibilità di ascoltare e scaricare le omelie della domenica. In questi ultimi tre anni i podcast cattolici sono cresciuti di numero e di qualità, tanto che oggi sul più popolare programma di iscrizione ai Podcast, iTunes, si trovano quelli di sacerdoti, di movimenti giovanili, e anche la Radio Vaticana ha il suo podcast. Basta scorrere questa lista per rendersi conto di quanto il podcast sia diventato uno strumento e un linguaggio familiare nelle nostre parrocchie, movimenti e associazioni ma anche per il singolo credente che vuol far sentire la propria voce. D’altra parte proprio per la sua economicità (a costo zero) e per la sua praticità, il podcast, può essere usato in parrocchia o in diocesi al posto o a integrazione della classica radio. Si possono mettere online notizie di eventi sia parrocchiali che diocesani, può sostituire almeno per quanto riguarda l’utenza giovanile, il vecchio giornalino di carta che veniva distribuito in chiesa la domenica mattina. I giovani possono portarsi nel loro lettore mp3 le omelie del Vescovo (come quelle fatte in passato dal Card. Tettamanzi per la Quaresima su Youtube), le letture della settimana (come avviene per il podcast sul sito della Diocesi di Milano e su quello delle Edizioni Paoline). I ragazzi e i gruppi giovanili possono rendersi loro stessi autori di podcast, leggendo e raccontando le loro esperienze formative, il loro punto di vista su quello che avviene nel mondo, ecc…
La scuola in questo senso non è da meno. Come strumento prevalentemente audio, viene usato per creare audiolibri letti dagli stessi ragazzi, per creare radio-giornali di classe e come un ottimo strumento per cimentarsi con le lingue. Il bello del podcast è che si tratta di uno strumento “democratico”, perchè avvicina l’insegnante agli alunni e gli alunni tra di loro; per realizzare un podcast ci deve essere un vero lavoro di equipè: chi prepara i dialoghi, chi legge, chi inserisce il podcast online e così via. I ragazzi entrano a far parte del processo di apprendimento guidati dal loro insegnante.
Il podcast costituisce dunque una nuova forma di comunicazione che trova nei giovani possibili autori-fruitori; è la storia che va avanti che cambia linguaggi e modalità di trasmissione di contenuti, possiamo però dire che la chiesa e la scuola gli stanno andando volentieri incontro.
Come cambia la scrittura nell’era crossmediale
venerdì, marzo 12th, 2010
L’uso delle apparecchiature digitali, specialmente dei cellulari e del computer, ha modificato o sta modificando, il modo con il quale i ragazzi scrivono e in generale la comunicazione attraverso la rete. Dal linguaggio verbale proprio della vita reale e della televisione, si sta tornando all’uso massiccio della scrittura, per inviare un sms, chattare su msn, scrivere nei forum, scrittura spesso accompagnata da immagini che completano il testo. La parola d’ordine è “essenzialità”: scrivere in poco spazio, con pochi caratteri, 140 su twitter, 160 per un sms ed eventualmente inserire una immagine o un emoticon (una faccina) che aiuti a rappresentare graficamente quello che vogliamo esprimere. “Dmn matt nn c’è scl, se c 6 c vdm x andare in città, porta qlcn, c si vd + o – alle 9 anke se piove”, questo è un messaggio tipico dei nostri giovani che, costretti a rientrare nello spazio fornito loro dalle tariffe dell’operatore mobile, hanno imparato a comunicare così, anche a scuola quando si mandano i bigliettini tra un’ora e l’altra. Si ricorre ai simboli +, -, x, alle contrazioni delle parole generalmente togliendo le vocali, “semitizzando” in questo modo la scrittura (le lingue semitiche scritte non hanno infatti le vocali) e si fa ampio uso dei numeri, 6 e 8. A lungo andare questo modo di comunicare potrebbe creare mutamenti nella lingua scritta, se si pensa che a scuola si lamenta già la presenza nei temi e nelle dissertazioni scritte di queste forme abbreviate. Più raramente ciò avviene nelle Università ma è solo questione di tempo. Se è vero che l’espressione linguistica condiziona però anche il modo di pensare e di ragionare, allora il rischio o la semplice conseguenza di tutto ciò, potrebbe essere l’evoluzione di un pensiero sintetico, schematico, essenziale. A questo si aggiungerebbero gli effetti di una ormai assodata pratica del multitasking, cioè del compiere più azioni contemporaneamente (scrivere un sms, guardare la tv, giocare ad un videogioco e rispondere ad una mail), che porta con se a quanto sembra, distrazione, incapacità di fermarsi a riflettere, “velocità” del pensiero piuttosto che “profondità” di pensiero.
La comunità scientifica è divisa tra coloro che paventano un futuro in cui le capacità di analisi e di memorizzazione verranno meno, perchè depositate in internet, e coloro che invece vedono anche delle opportunità per lo sviluppo di un pensiero non più “lineare, sequenziale” come era quello delle vecchie generazioni, ma “ipertestuale” e per questo capace di affrontare le sfide della complessità del mondo che verrà. Nel frattempo genitori ed educatori non possono far altro che affidarsi ancora una volta al buon senso, aiutando i ragazzi e spiegando loro che è possibile utilizzare linguaggi diversi in ambienti diversi, che non bisogna sempre ridurre un discorso o una riflessione a poche semplici frasi, che non è bene fare un uso consumistico dei media a danno della riflessione e della concentrazione. Poche semplici regole che però possono aiutare i giovani a vivere nel loro mondo e nel loro tempo, con consapevolezza e responsabilità.
La Parabola del Buon Educatore
lunedì, marzo 8th, 2010
In questi giorni sono state rese note le valutazioni del primo quadrimestre nelle scuole italiane. Materie a parte, 63 mila alunni, tra medie e superiori, hanno preso un 5 in condotta. Una cifra non da poco che corrisponde quasi sicuramente ad un disagio che vivono i nostri giovani a livello sociale e che si riflette poi nel loro rapporto con la scuola. Ci si chiede o ci dovremmo chiedere: in che modo aiutare questi ragazzi? Di quali educatori ha bisogno oggi la scuola italiana? Ho trovato in rete la “Parabola del Buon Educatore”, che a quanto mi risulta è stata scritta dai Salesiani argentini e non ancora tradotta in italiano. Grazie ad un collega di religione, che l’ha tradotta per me, ho pensato di inserirla in questo articolo per aiutare il nostro cammino di riflessione in vista del convegno di aprile.
In quel tempo, il Signore Gesù era alla porta di un lussuoso albergo dove si stava svolgendo un congresso sull’educazione. Alla fine della conferenza di quel giorno, iniziarono ad uscire gli esperti e gli inviati speciali. Gesù sorrise con piacere a tre bambini che ballavano intorno a lui davanti al disappunto dei suoi seguaci, allora un pedagogista che lo riconobbe, decise di sottoporlo ad una prova un po’ per curiosità e un po’ per farsi bello davanti ai suoi colleghi. Gli si avvicinò e gli disse: “Maestro cosa devo fare per essere un buon educatore?” Gesù gli rispose a sua volta: “Che cosa sta scritto nel libro della tua scienza?”. “Rispetta le tappe evolutive dell’allievo e incentiva nel ragazzo il desiderio di imparare, poi valutalo con giustizia”, disse il dottore di pedagogia, provocando una sorta di mormorio di approvazione tra i presenti. “Hai risposto bene” gli disse Gesù, “agisci così e raggiungerai la vita eterna per le vie dell’insegnamento”. Quindi per giustificare il suo intervento, il dottore di pedagogia fece questa domanda: “e chi è il mio allievo?”. Gesù torno a prendere la parola e rispose: “Un giovane frequentò per un periodo la scuola, i giorni passavano e il giovane vedeva soltanto crescere dentro di sè una sensazione di angoscia e di estraneità, davanti a tutte le proposte educative che gli venivano fatte, e il rapporto con i suoi insegnanti si deteriorava sempre di più. Da una parte per l’insensatezza delle proposte che gli venivano fatte, dall’altra per le difficoltà enormi che incontrava, ogni volta che gli si parlava in modo incomprensibile, e anche per la lontananza tra l’ambiente della scuola e la sua realtà quotidiana. Un giorno si stancò di stare chiuso in quelle quattro mura, si stancò dei gesti che molte volte lo avevano umiliato, si stancò di quelle parole che gli auguravano un futuro luminoso, e che tuttavia aumentavano l’oscurità del suo presente. Si stancò inoltre di quelle dinamiche che gli negavano tutto, e allora uscì dalla scuola e si mise gli auricolari del suo iPod, e decise di passare il suo tempo non facendo nulla, sconcertato, come ferito a morte nella sua speranza e si sedette ai margini della propria vita… la sua vita… guardandola morire poco a poco. Successe allora che passarono due alti funzionari del Ministero dell’Istruzione e commentarono quasi all’unisono: “quante persone buttano via il proprio tempo, in questo Paese dove l’uguaglianza di possibilità è un fatto, queste persone sono un affronto!! Queste persone fanno molto male anche alle nostre statistiche” e guardando il ragazzo lo accusavano dicendogli: “smettila di stordirti cercheremo a tempo debito qualche norma che possa risolvere casi come il tuo, però nel frattempo devi tornare a scuola”. Il giovane ovviamente non li ascoltava, ma comprese dalla durezza dei loro volti che lo stavano provocando, si ripiegò sul marciapiede e chiuse i suoi occhi. I due funzionari allora proseguirono il loro cammino velocemente senza accorgersi che davanti a loro stavano sopraggiungendo tre professori, che stavano finendo di discutere di una problematica socio educativa, e alla vista dell’atteggiamento di abbandono del giovane uno di essi commentò: “tipica conseguenza di un sistema educativo che esclude i giovani, non si fa altro che replicare le dinamiche tipiche di un sistema, vittimizzando le classi più marginali”. “E’ così, il metodo scolastico da importanza alla cultura dominante aumentando il divario rispetto agli emarginati che abbandonano la scuola non trovando in essa i valori della propria cultura popolare”, aggiunse il secondo senza nemmeno prendere fiato, tanto era ansioso di potersi esprimere con chiarezza su quello che stava osservando. Il terzo non si limitò ad ascoltare ma si sentì in obbligo di aggiungere: “…il che provoca una perdita di autostima che a sua volta genera una crisi di identità… e tutto un problema complesso colleghi”. Soddisfatti per aver potuto spiegare la situazione di questo giovane diventato oggetto di studio, proseguirono il loro cammino. Nel frattempo passò di lì una maestra che quasi inciampò sul corpo del ragazzo. Era sovrappensiero perché si stava ricordando che la Dirigente della scuola dove lavorava, facendo il doppio turno, l’aveva richiamata per il ritardo nella consegna del piano annuale didattico. Inoltre non aveva elaborato gli obiettivi e le finalità decise in una riunione con i padri luminari di tutta la comunità educativa. Nell’accurato raccoglitore o cartella nella quale conservava un così importante documento da mostrare all’Ispettore non appena avesse visitato la sua scuola, mancava solamente la sua programmazione. A nulla era servito il tempo impiegato in più per seguire il “piccolo riccardino”, che con i suoi dodici anni si faceva già carico dei fratellini più piccoli, mentre la mamma lavorava come inserviente per mantenere tutta la famiglia. A nulla era servito dedicarsi ad un progetto di lavoro e di sostegno ai suoi alunni per una mensa pubblica che si stava allestendo presso una parrocchia delle vicinanze. La sua prima reazione davanti al giovane riverso sul marciapiede fu di perplessità. Sentì di non avere una risposta adeguata per lui e spesso le succedeva così, e anche per questo le piaceva essere una maestra. La perplessità la induceva ad apprendere a ragionare. Si sedette a fianco del giovane, tolse un auricolare dall’orecchio del ragazzo e se lo mise per ascoltare la stessa musica fino alla fine del pezzo. E fu così l’occasione per la maestra di stendere la sua mano verso il giovane, lo guardò in silenzio e con un gesto lo incitò ad alzarsi e camminare. La semplicità del gesto e la serenità dello sguardo, vinsero ogni tipo di resistenza. Erano molte le ferite che avevano segnato l’anima di quel giovane, quelle stesse che gli avevano rubato l’illusione, così che la maestra non potè che farsene carico e cominciò a spiegargli qual era la sua ragione di vita, i valori che davano senso alla sua esistenza così complicata e scoprì la grande forza che aveva la pedagogia della tenerezza. Il giovane che intanto aveva cominciato a camminare in modo apatico, poco a poco sentì accendersi il cuore nell’ascoltare le parole della maestra. Si allontanarono sempre di più dalle vie del centro e la periferia li accolse in un abbraccio del tramonto, strade di fango, profumo di pane appena sfornato e il suono familiare del quartiere popolare. Arrivati ad un incrocio si imbatterono nella scuola e allora la maestra parlò al Dirigente e disse prima di andarsene: “abbiate un po’ di pazienza con lui perché la sua allegria è tuttora convalescente e le sue speranze si stanno ancora cicatrizzando, ed è per questo che il suo desiderio di imparare non si manifesta apertamente. Insegnateli con dolcezza, aiutandolo a scoprire le sue potenzialità, quelle che nascono dal profondo e se qualche cosa non capirà, col tempo lo capirà da solo”. Finita la storia Gesù chiese al dottore di pedagogia “chi ti è parso che si sia comportato come un educatore del giovane?” Il dottore rispose “la maestra che passò per ultima, seppe fargli compagnia da prima con il suo silenzio, e poi con la parola, stabilendo così con lui un compromesso: condividere la speranza”. Allora Gesù disse: “và e comportati nello stesso modo”.
Fonte: Tic en el area de Religion
Cl@ssi 2.0 e LIM: qualcosa si muove nel mondo dell’istruzione
venerdì, marzo 5th, 2010
Anche la scuola italiana sta scegliendo l’innovazione tecnologica. Da quest’anno infatti 156 scuole selezionate in tutta Italia, porteranno avanti un progetto di sperimentazione di nuovi spazi di apprendimento chiamato Cl@ssi 2.0. Al momento le scuole sono state selezionate nella secondaria di 1° ma, stando all’ultimo incontro di coordinamento svoltosi a Roma in febbraio, presto partiranno le selezioni nella scuola primaria e secondaria di 2°.
In che cosa consiste il progetto? Dotare una classe delle più sofisticate tecnologie, dietro la presentazione di un progetto per creare nuove modalità di insegnamento/apprendimento, dove tutto viene rimesso in discussione anche la disposizione della classica aula scolastica, ormai considerata vetusta.
Le scuole selezionate, a partire dal settembre 2009, sono state invitate a relizzare 156 progetti diversi, sulla base di alcuni input dati dal Miur e dalle Università, con particolare attenzione all’utilizzo delle nuove tecnologie nella didattica. Il focus però non è tanto la tecnologia in sè, quanto l’utilizzo costruttivo che se ne può fare per lo sviluppo di competenze e apprendimenti significativi. Il progetto è monitorato dalla Fondazione Agnelli per la scuola, che in questi giorni sta girando in tutte le 156 classi e nelle relative classi di confronto (scelte nello stesso istituto scolastico) per somministrare questionari di ingresso del percorso, che sarà triennale.
E’ la prima volta che si pensa ad un cambiamento che arrivi dalla base e che non sia imposto tout court dal vertice e in questo forse sta la forza del progetto: dare voce alle scuole, agli insegnanti, agli alunni e ai loro bisogni formativi.
Insieme al progetto Cl@ssi 2.0 il Ministero della Pubblica Istruzione a partire da quest’anno, sta dotando le scuole italiane di Lavagne Interattive Multimediali (LIM) sostituendo di fatto la vecchia lavagna di ardesia, che apparteneva già alla scuola della mia generazione, ma ancor più drammaticamente alla scuola dell’800. Insieme alle cl@ssi 2.0, le lavagne interattive sono un ulteriore passo verso l’utilizzo didattico delle nuove tecnologie, che smuove gli insegnanti dal torpore e dalla routine in cui spesso finiscono, per rimescolare le carte e fornire agli alunni strumenti ed esperienze più coinvolgenti e al passo con i tempi che cambiano.